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Film: Noi vivi – Addio Kira

Noi viviLa pellicola “Noi vivi – Addio Kira” e’ da intendersi come trasposizione del racconto “Noi vivi” della filosofa e scrittrice Ayn Rand.
Per descrivere il film serve parlare di Ayn Rand in quanto la donna fatta di storia e idee, regge la struttura teorica del soggetto, fondamentale perche’ tolto questo rimane solo un racconto ben costruito come molti altri.
Nata in Russia ma fuggita negli Stati Uniti dopo aver vissuto sulla propria pelle tutto l’orrore del comunismo sovietico, la Rand fu genitrice e paladina di una corrente di pensiero filosofica, l’Oggettivismo, che pone il singolo individuo e i frutti del suo lavoro al centro della societa’.
La piu’ piccola minoranza al mondo e’ l’individuo” tuonava Ayn Rand contro i collettivismi e i suoi paladini pronti a infiammarsi per ogni causa fuorche’ il bene di ognuno di noi, per intenderci del cittadino e viene da se’ che con queste premesse l’anticomunismo diviene un obbligo prima concettuale, poi morale.
In realta’ su questo aspetto si gioca tutta la travagliata vicenda della pellicola in quanto Alessandrini dopo non poche peripezie, riesce nel 1942 a far uscire il film col beneplacito del governo fascista che vede nell’anticomunismo un’ottima ragione per consentirne la distribuzione, accorgendosi pero’ in un secondo tempo, che la denuncia randiana e’ in realta’ rivolta ad ogni forma di regime che riduca il singolo individuo a suddito senza possibilita’ di esprimere doti e capacita’ per autodeterminarsi e migliorare il proprio stato sociale.
A questo punto la pellicola viene ritirata ma una copia viene salvata e solo nel 1986 ripubblicata negli Stati Uniti con sottotitoli in inglese.
Seppur non autobiografico, il racconto e’ reale nell’ambientazione e nelle situazioni perche’ vissuti in prima persona dall’autrice e sconcerta la consapevolezza di quanto l’inevitabile cultura dominante dei vincitori che dal dopoguerra regola il bene e il male in ogni forma artistica, renda il film una brillante anomalia che abbaglia per lucidita’ e sensazione.
Condannare solo alcuni regimi e’ abominevole quanto il farne parte ed e’ una idea potente che trova soluzione nella forza del singolo e sconfigge le contraddizioni dell’etica occidentale comune incapace di risolvere i dilemmi morali dell’individuo.
Non si confonda cio’ che in apparenza appare divagazione perche’ in realta’ e’ il centro esatto di tutto il lavoro della Rand che soprattutto tramite la novellizzazione ha divulgato il suo pensiero, il solo in grado di dare la giusta chiave di lettura a questa prima parte e sulla seconda con la quale concentrarsi sull’aspetto piu’ prettamente artistico.

Addio KiraSi diceva della protagonista Kira che con la sua famiglia approda a San Pietroburgo o Pietrogrado come fu ribattezzata in un primo tempo dal regime comunista, trovando una citta’ gia’ piegata moralmente e in ginocchio economicamente. Kira sogna di diventare ingegnere ma non c’e’ posto per i non allineati all’ideologia del partito e la sua famiglia scivola lentamente verso la miseria quando e’ impedito al padre di continuare col libero commercio.
Le accade pero’ di innamorarsi di Leo, baldo ribelle figlio di un generale eroe di guerra giustiziato dal regime e solo dopo molte peripezie i due riescono a vivere insieme ma il ragazzo si ammala di tubercolosi e senza tessera di partito ogni cura e’ negata e cosi’ che Kira cede alle avance di Andrei, assassino della GPU, il futuro KGB, garantendo cosi’ al suo amato i mezzi per un ricovero in sanatorio.
Il finale sara’ tragico ma non senza speranza come l’epoca voleva e in fondo come era giusto che dovesse essere.
Bei protagonisti cominciando da Alida Valli che ben incarna l’angelica forza di Kira, occhi che bucano lo schermo e un sorriso che infonde speranza anche nei momenti piu’ difficili. Rossano Brazzi e’ Leo e si capisce come abbia potuto diventare un sex symbol dell’epoca per quanto resti un po’ ingessato in un ruolo che richiedeva piu’ ardore.
Al contrario Fosco Giachetti e’ bravissimo nel duro dal cuore di ghiaccio che solo la protagonista sapra’ sciogliere e nel tentativo di controllare l’amore per Kira, emerge l’anima passionale mostrata ma non esibita come solo una grande interpretazione poteva regalare.
Altro bel personaggio e’ Stephan Tishenko interpretato da Giovanni Grasso, comunista della prima ora ma gettato via dal regime una volta inutile al partito e man mano che la sua figura muta da soldato spietato a povera vittima, anche la sua rappresentazione si addolcisce sino alle porte della profonda pieta’.
Tre ore complessive che scorrono fluide senza ostacoli o intoppi, merito della storia pregna d’accadimenti ma anche della buona regia e dalla buona mano.
Per quanto Alessandrini trovo’ gloria e successo coi “telefoni bianchi”, fu evidentemente influenzato dal cinema espressionista tedesco dal quale mutuo’ luci e inquadrature per accrescere la drammaticita’ del racconto e porre pesanti accenti sulle caratterizzazioni dei personaggi e in questo basta osservare la tetra oscurita’ della casa di Andrei carica di ombre e sovrastata da misteriose quanto minacciose grandi scritte in russo che la presenza di falce e martello gia’ definisce in slogan di qualche tipo.
Tanti i momenti carichi di pathos e nella commistione tra fiction e ideale, la letteratura e’ un mezzo, non fine ed e’ persino sorprendente non trovare tutta quella retorica che ci si aspetterebbe dal momento in cui i buoni hanno i loro egoismi e i cattivi i loro pregi, prerogativa forse non del tutto Randiana ma utile a decretare il collettivismo come solo e unico colpevole, entita’ spettrale che divora la vita di uomini e donne ai quali non resta che soccombere, in un modo o nell’altro.
Kira pero’ resiste e la sua purezza non e’ intaccata neppure dai compromessi nell’idea sempre Randiana che “Il compromesso non e’ fare cio’ che non piace ma cio’ che non si ritiene giusto” ed e’ realmente una eroina, ferma d’intenti come solo i personaggi maschili ci hanno abituato.
Non mente mai, la sua integrita’ avvolge chi gli sta vicino e come un fluido benefico guarisce liberando mente, coscienza e anima donando nuovamente il bene piu’ caro di ognuno di noi: il libero arbitrio.
Ecco quindi che la protagonista diviene prototipo di quel John Galt che venti anni dopo in “La rivolta di Atlante” dara’ corpo e voce alla filosofia Oggettivista della scrittrice.
Bel pezzo di cinema e bell’esempio di come si possano coniugare letteratura, filosofia, politica e idee con la piu’ semplice ma non banale arte popolare.
Un punto di partenza.

Tratto da Ultima Visione – Frammenti (parte 1 e parte 2)

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